IL LAVORO CONTINUA
Oggi altra lezione con i ragazzi, ai quali lasceremo le camere; stessa cosa fatta la volta scorsa (la prima) col compito di filmare dettagli e situazioni di vita. Le immagini fatte ci hanno soddisfatto, non totalmente; siamo ottimisti per il futuro. Il rapporto con loro sembra si stia facendo più confidenziale, non dico di amicizia ovviamente, ma un reciproco piacere di vedersi e stare assieme. Alcuni ragazzi del gruppo sembrano mostrare un interesse maggiore al progetto che altri, e questo ci giova. Confidiamo molto nei risultati di questa nuova lezione ed incontro.
Ora la fase attiva, delle nostre riprese, si sta intensificando, finalmente! Stamane abbiamo intervistato Roberto (bell’intervista) e pianificato alcune altre riprese e situazioni per il futuro prossimo delle quali siamo contenti.
Purtroppo non abbiamo più il proiettore video da utilizzare nei nostri incontri, e sarà dura trovarne un altro: vorrà dire che ci stringeremo tutti attorno allo schermo del portatile, più intimo anche se meno accattivante.
Davide
Hoy, domingo, día de descanso. Y para descansar decidimos ir a la Corrida. Aquí la corrida es un poco diferente que en España. Aquí, para la suerte del toro, no matan nadie. Los únicos que se matan son los rancheros con la cerveza o mejor con las cervezas. Baile, música, personajes muy interesantes y comida siempre en el nombre del Rocoto.
Mañana empieza una semana intensa de trabajo y recogeremos las cámaras que dejamos a los chicos el sábado para empezar a rodar partes del documental.
Esperamos en bien ;)
Buenas noches, Luca
Le mie scarpe portano la firma di Juan XXIII_parte 2
(…) C’è molta miseria materiale, molto potente ai miei occhi, che mi strozza il cuore, credo forse a causa della mia educazione, del mio benestante vivere, che mi fa sentire superiore rispetto a questo stato di cose, quasi come se io non me lo meritassi. Nel silenzio dei miei pensieri provo vergogna di me stesso, per questo mio involontario sentirmi spietatamente superiore rispetto a questa situazione. Conosco per certo che il mio essere nato in una regione della terra “ricca” e in una famiglia normalmente agiata è frutto della medesima casualità che ha voluto queste persone qui, in questo deserto che osserva la città dall’alto; nonostante questo, in maniera crudelmente irrazionale, provo una specie di merito metafisico che mi fa essere ciò che sono ed abitare dove risiedo; e questo mi fa male.
Nel piccolo quartiere risiedono circa duecento famiglie, con una sola, comune, fonte d’acqua. Questa situazione sta per essere cambiata, infatti sono iniziati i lavori per portare l’acqua nelle case. Ora tutte le strade, le vie che conducono alle case, sono solcate da scavi: squarci nell’avara terra di circa un metro di profondità per una uguale lunghezza, opera di operai che il comune assume cercando di stappare dalla disoccupazione uomini senza lavoro che risiedono a J23. Molti dei ragazzi che abitano in questo quartiere di Arequipa hanno uno o entrambi in genitori in carcere, in genere per reati di furto e spaccio. I figli rimangono così soli, col più grande che tenta di badare ai più piccoli. Chi non ha i genitori in carcere subisce sovente la piaga della violenza del padre su di loro, o dell’alcolismo, o entrambi.
La situazioni sono molto difficili; questo inesorabilmente si ripercuote nei ragazzi, nonostante l’innocenza della loro età. C’è molta miseria umana racchiusa in un contesto naturale di sola aridità: aridità nel cuore e nella terra.
Unico aiuto che viene dato a questi ragazzi arriva per mano di OPA, una associazione di volontariato fondata da due amici, che da anni, partendo prima con il sostegno umano ai carcerati, per lo più permettendo che persone e famiglie rimanessero in contatto scrivendosi lettere, le quali poi venivano lette su radio Yaravi e ascoltate da entrambe le parti, si è poi spostata sul territorio di J23, proprio perché la percentuale di figli lasciati soli dai genitori incarcerati era, ed è, molto alta. Coadiuvano gli sforzi di OPA un piccolo gruppo di ragazzi italiani, qui per adempiere il loro Servizio Civile Internazionale.
In questa situazione ci siamo anche noi, venuti qui spinti dal voler vivere una situazione a noi sconosciuta per cercare le risposte di cui sentiamo la necessità; per mostrare la realtà del linguaggio video a questi ragazzi che molto hanno da dire, a da insegnare; per chi come noi si vede simile a loro, nonostante il contesto differente, abitanti del medesimo periodo storico, permeati dalle stesse assenze; probabilmente con una comune visione del futuro.
Foto durante il lavoro con i ragazzi di J23
Le mie scarpe portano la firma di Juan XXIII
Juan XXIII è un agglomerato di piccole e basse case fatiscenti: senza intonaco, le porte sconnesse; i vetri, quando ci sono, sono oscurati dalla polvere onnipresente, alcuni pezzi dell’edificio spesso sono ancora in costruzione, senza possibilità d’essere terminati. Le stanze sono dei piccolissimi locali nei quali a fatica riescono a trovar spazio i letti, magari accanto alla cucina, formata da un solo fornello; le pareti rivestite di muffa, crateri di vernice caduta maculano tutte le superfici che chiudono gli angusti spazi. Spessissimo le case sono senza bagno, ma assolutamente con la televisione, immancabile, anche LCD a più pollici. Sono delle case misere, ma allo stesso tempo piene di una dignità antica, colme della nobiltà umana che accompagna tutti i tentativi di resistenza dell’uomo. Il contesto che circonda, avvolge, questi sforzi abitativi è un’aridità totale, onnipresente, fatta di polvere, massi, pietre, grandi cani impolverati liberi, immondizia sparsa e frammenti di plastica trasportati dal vento; una totale assenza di vegetazione. In questo quartiere di Arequipa l’asfalto non esiste: solo la terra battuta costituisce il terreno di marcia. Al passare delle auto o dei Combi, gli scassati autobus privati, che con i taxi kitsch, coadiuvano lo spostamento della quasi totalità delle persone, si innalzano enormi polveroni, che poi il vento dissolve. Il pulviscolo finissimo si sparge ovunque, passando attraverso la fessura più fine, incollandosi ovunque. Le mie scarpe portano prepotentemente questa firma. Qui l’unica fonte di approvvigionamento d’acqua è una fontanella pubblica, un rubinetto, posto su uno spiazzo accanto alla via principale di passaggio, che dall’alto pare protegge il campo da calcio sottostante: solo spazio di gioco dei ragazzi. Questo slargo di strada è il teatro di un via vai di persone che, con i contenitori delle più differenti tipologie e colori, vengono qui per prendere ciò di cui hanno bisogno: vecchie curve sotto il peso del liquido, uomini con carriole colme di recipienti, bambini che accompagnano la madre tenendo in mano una sola piccola bottiglia. Oltre a questi raccoglitori e ai ragazzini alla ricerca di giochi è difficile vedere altre persone aggirarsi nel quartiere; sarà forse per il sole, fortissimo già alle sette della mattina. Uniche forme di vita che sempre si aggirano per le strade sono i grandi e gli impolverati cani, ai quali piace inseguire le auto e buttarsi contro le moto di passaggio, disarcionando il conducente.
………segue seconda parte
Davide
La segunda clase de cine con los chicos fue increíble. Empezamos mirando trozos de películas y luego trabajando con las cámaras. Pues… tenemos mucho trabajo que hacer pero las imagines me han emocionado. Desarrollar temas con mentes virgen da MTV y estas cosas, tiene un encanto aunque es difícil.
Luca
“en Juan XXIII no hay amor”
Una partita di calcio fatta in compagnia di un pubblico di simpatici bambini che scorrazzavano lungo i piccoli spalti giocando, è stato il nostro primo incontro con i ragazzi di Juan XXIII . I più piccoli, durante l’incontro, si sono poi trasferirsi sull’arida collina di fronte al campo, dando il via al volo dei loro aquiloni. Il vento rapido li faceva vibrare nel blu fresco del cielo; che si tiene ben lontano dall’aridità di questo territorio. Il sole, sempre violento sul campo, veniva addolcito dalla stessa brezza che regalava la gioia ai più piccoli. Il giorno seguente, domenica, nel pomeriggio, abbiamo finalmente vissuto l’inizio del corso di “cine” con i ragazzi. Difficile esprimere, a fine lezione, le nostre impressioni in maniera precisa; il risultato dell’incontro ci pare comunque positivo, anche se siamo un poco disorientati per il fatto di non aver ancora vissuto l’incontro dei ragazzi con le videocamere. È presto, dobbiamo dare spazio al tempo, lo sappiamo, ma serbiamo un forte desiderio d’incontrare tutte le dinamiche che costituiscono il progetto, per poter avere la possibilità di mettere assieme tutti i tasselli ed individuare la nostra via da seguire. Molte cose curiose sono uscite dalle bocche dei ragazzi durante la lezione. Forse la frase più potente è stata pronunciata dall’unica ragazza presente, mentre stavamo definendo gli argomenti che il documentario tratterà: arrivati all’argomento “amore” essa ha detto, immediata, con spontanea naturalezza: “en Juan XXIII no hay amor”. Credo che il contenuto di significati racchiuso in questa lapidaria risposta esprima perfettamente l’essenza del loro vissuto; passato e presente. Abbiamo la necessità di vivere l’incontro con i ragazzi per avere la possibilità di darci le risposte che cerchiamo. Domani sarà il giorno dell’incontro del gruppo con le videocamere: desideriamo molto che questa unione generi dei risultati positivi. Abbiamo in noi una tensione speranzosa talmente grande da essere informe. Davide
JUAN XXIII
Por fin el sábado fuimos al barrio Juan XXIII. La sensación fue increíble. Extremamente positiva. Creo que hemos encontrado el justo terreno donde plantar la nuestra semilla. Donde empezar a investigar sobre el tema del futuro contando la historia de la llegada del agua potable en el barrio. La gana de empezar a rodar es mucha pero necesitamos tiempo para no estropear los equilibrios. Saber esperar para luego tener éxito y coger la esencia.
Luca
Dopo più di ventiquattro dalla partenza e tre voli aerei, atterriamo ad Arequipa, città peruviana a 2.300 metri sul livello del mare, la seconda per grandezza dopo Lima, che sarà la nostra base per questa nostra caccia alle risposte.
Subito colpisce la limpidezza della luce, ci guardiamo attorno e immediatamente, voltandoci, il gigantesco vulcano El Misti pare darci il suo ben venuti.
All’arrivo passeggeri ci attende accogliendoci col sorriso Chiara, solare e dolce ragazza, qui per svolgere il servizio civile internazionale, che avevamo conosciuto e visto solo virtualmente, via skype, durante i nostri incontri di costruzione del progetto. Un abbraccio con lei e siamo nuovamente a casa! Come se ci conoscessimo da tempo. Tutto qui è caldo, inutile riferirsi al sole la cui energia pesa fisicamente sulla pelle: capiamo subito che non scherza vedendo gli arequipeños ripararsi il volto con giornali, fascicoli, oltre che con
i loro mutevoli modelli di cappello.
Tutto ciò che ci circonda è colore, cromi quasi arroganti, tanto la luce cristallina che li avvolge ne potenzia la bellezza.
Un taxi piccolissimo, che immediatamente si satura con in nostri bagagli, ci condue nella nostra mensile casa, dove facciamo conoscenza della simpatica proprietaria. Dentro, oltre al divano e ad alcuni mobili della cucina, non c’è nulla; i letti arriveranno solo a sera.
Usciamo e ci perdiamo un poco attorno alla piazza centrale, dove ci osserviamo attorno e mangiamo un boccone in un ristoranti. Rientriamo a casa a piedi, scoprendo delle viuzze antiche quanto affascinanti.
Neanche il tempo di rilassarci e usciamo a fare una briciola di spesa per cucinare una pasta ospiti di Chiara e del suo coinquilino Gigi, anche lui qui per il servizio civile.
Qualche chiacchera mentre si mangia ed altre dopo ci portano a scontrarci contro la realtà delle nostre occhiaie. In italia sarebbero le cinque del mattino. Ci congediamo dai nostri nuovi amici per tentare di conciliarci il più presto possibile col nuovo fuso orario. Nel gelo della sera ci tuffiamo contenti un un sonno profondo che ci porterà nel domani.
A domani, Davide.

